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BRENO E DARFO BOARIO TERME

COSA TI CONSIGLIO DI VEDERE

Breno è un piccolo comune della provincia di Brescia, situato nella splendida valle Camonica. Se decidi di organizzare una gita a Breno, o nelle sue vicinanze, ecco cosa ti consiglio di visitare:

IL CASTELLO

Il castello di Breno conserva tracce preistoriche che risalgono addirittura al VIII secolo a.C. Successivamente, tra il 1100 e il 1200 è stato edificato come insieme di torri e palazzi; convertito poi a roccaforte militare sotto la repubblica di Venezia nel 1400.

Una visita affascinante tra diverse epoche storiche a partire già dall’ingresso, le mura merlate, la torre più alta (20 metri) aperta alle visite. Stupendi sono i resti della chiesa di San Michele di origine longobarda, che è il più antico reperto ritrovato a Breno.

VILLA ARABA (Gheza)

Nel cuore del paese non può passare inosservata questa particolarissima villa, che sembra provenire da un mondo tanto lontano quanto affascinante. L’artefice dell’edificio è Maffeo Gheza, avvocato rinomato della zona, dal carattere fuori dagli schemi. Gheza non amava viaggiare fuori dalla Lombardia, nonostante questo la sua curiosità era molto vasta ed aveva una forte passione per l’oriente. Per questo motivo progetta Villa Gheza, dalle decorazioni arabeggianti e la planimetria che richiama le ville dell’Ottocento. Gheza non visitò mai l’oriente, ma esaminò numerosi documenti sull’architettura orientale. Pare che l’avvocato abbia preso spunto principalmente dall’Alhambra di Granada, vera e propria città murata meta di numerosi turisti negli anni precedenti alla costruzione della villa (1930). Sopra l’ingresso, come in altre parti della villa, sono incise frasi in arabo prese da precetti coranici e riadattate da Gheza, che si possono leggere anche dall’esterno della cinta della struttura. Alcune delle frasi recitano: “La gente dice che cosa dice, lasciamola dire” oppure “Spetta all’uomo conquistarsi la vita” e molte altre. La villa non è visitabile internamente. Solo un fine settimana a maggio, in occasione di “Classica”, durante una manifestazione organizzata da Nostalgica Club, è possibile visitare la villa, solo esternamente, in alcune parti del giardino.

NOSTALGICA CLUB

Consigliata la visita di questo museo (club) a tutti gli amanti dei motori, è un’occasione per consultare, ricercare e trovare articoli di sicuro interesse. È presente anche una biblioteca sui motori fornitissima.

SANTUARIO DELLA MINERVA

Questo sito archeologico è stato scoperto nel 1986, aperto al pubblico nel 2007, il Santuario della Minerva è un parco archeologico eccezionale, dove la bellezza e la sacralità naturale del luogo si uniscono alla monumentalità dell’intervento romano conservato in maniera ben leggibile nelle strutture. Sotto l’occhio vigile della Minerva, il visitatore potrà ripercorrere, come 2000 anni fa, gli spazi del culto e del rito ai piedi dell’altura da cui sorgeva l’acqua sacra. Strutturato in età Flavia (69- 96 d.C.) è composto da un corpo centrale, collocato su di un alto podio cui si accede tramite gradinate, e da due ali laterali porticate che si protraggono verso il fiume, delimitando un vasto cortile scoperto. Vasche, fontane e statue abbellivano il cortile e l’intero complesso. L’originale statua di Minerva è esposta al Museo Archeologico Nazionale di Cividate Camuno.

CHIESA DI SANT’ANTONIO

Cuore religioso e civico della comunità di Breno, la chiesa di Sant’Antonio fu costruita nella prima metà del XIV secolo. All’interno troviamo l’affresco con la Madonna e i Santi datato 1372 e affreschi tardo quattrocenteschi attribuiti a Giovan Pietro da Cemmo; nel presbiterio troviamo un ciclo di affreschi di Girolamo Romanino e la pala d’altare opera di Callisto Piazza.

MUSEO CAMUNO DI BRENO

È collocato al secondo e terzo piano del “Palazzo della Cultura” di Breno. Articolato in dieci sale, il museo accoglie numerose opere d’arte: dipinti, sculture e stemmi di antiche famiglie patrizie, stampe, oggetti d’arredo, mobili e materiali archeologici che coprono un arco temporale molto ampio, dall’età Preistorica fino al Novecento.

IL LAGO DELLA VACCA

Bisogna avere un po’ di allenamento per salire al “lago della Vacca”, circa 7km a piedi con molto dislivello. Si passa dal paesaggio bucolico delle malghe, all’asprezza delle Alpi Retiche e il massiccio dell’Adamello. Monti formati per lo più da granito che si sfalda e con i massi è stato costruito il sentiero, così da renderlo più comodo e anche più caratteristico. Il lago non ha veri e propri immissari; trae alimentazione dalle precipitazioni estive e dallo scioglimento progressivo della coltre nevosa che copre i pendii delle vette circostanti. Il lago della vacca deve il suo nome ad una curiosa formazione rocciosa, la cui forma ricorda quella di un grosso bovino. Non lo consiglio a chi vuole fare un sentiero silenzioso perché è molto turistico.

DARFO BOARIO TERME

A pochi chilometri da Breno c’è Darfo Boario Terme, dove potrai visitare:

Il ponte di Montecchio, con lo splendido paesaggio fluviale con lo sfondo delle montagne.

L’ARCHEOPARK

Il museo della preistoria molto intuitivo soprattutto per i bambini, che possono vedere costruzioni di villaggi realizzati in vari stili, dal Paleolitico al Romano.

TERME DI BOARIO

Al termine di questa lunga gita, prima di fare ritorno a casa puoi passare qualche ora di totale relax alle terme di Boario, che ti offrono due piscine interne ed una esterna, la sauna, la zona del freddo e la stanza del sale. Io ci sono stata alla sera, (di ritorno dalla gita Breno Darfo Boario), e l’atmosfera è ancora più affascinante con le vasche che cambiano colore, super rilassanti. Rispetto a terme più conosciute, quelle di Boario sono di dimensioni più contenute, ma comunque ben organizzate.

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LA CAMERA DEGLI SPOSI

La Camera degli sposi di Mantova anticamente nota come Camera Picta (camera dipinta), è una stanza collocata nel torrione del castello di San Giorgio di Mantova. È celebre per il ciclo di affreschi che ricopre le sue pareti, capolavoro di Andrea Mantegna su commissione di Ludovico II Gonzaga. L’artista dedicò la stanza ai coniugi Ludovico e Barbara di Brandeburgo e per questo motivo é nota come Camera degli sposi.

Autoritratto di Andrea Mantegna

Come spesso succedeva a quei tempi nei dipinti era presente, in modo celato, anche l’autoritratto dell’artista, in questo caso il viso di Andrea Mantegna si trova tra i fiorami del finto pilastro, come un mascherone a destra guardando la parete d’ingresso.

Sulle pareti della camera ad est e sud, dove era posizionato il letto del principe, sono dipinti finti tendaggi baroccati. Sulle pareti nord e ovest, dette rispettivamente “della Corte” e “dell’Incontro”, le pesanti cortine sono invece raccolte intorno ai pilastri, aperte come sipari a mostrare due episodi realmente avvenuti: sulla parete nord, la notizia giunta il primo gennaio 1462 al marchese Ludovico II circa la malattia del duca di Milano, Francesco Sforza; sulla parete ovest, la partenza del Gonzaga per Milano e l’incontro avvenuto a Bozzolo col figlio Francesco, in abiti cardinalizi.

La volta, rivestita da un simulato mosaico d’oro e dai ritratti a monocromo dei primi otto imperatori romani, è completata al centro dal celebre oculo che apre lo spazio interno verso il cielo. Nelle ghirlande lunette si alternano imprese gonzaghesche, mentre le vele sono decorate dei miti di Orfeo, Arione ed Ercole.

LA PARETE DELLA CORTE

Sulla parete nord della camera è dipinta la corte mantovana, riunita su di una terrazza, soprastante il camino della camera, emblema del focolare domestico e del calore degli affetti famigliari. Attorno al marchese Ludovico e alla consorte Barbara di Brandeburgo si stringono i figli, (dal terzogenito in avanti), nel momento dell’arrivo di un’importante missiva da Milano, il primo gennaio 1462.

Con questa lettera, la duchessa Bianca Maria Visconti, comunica l’aggravamento dello stato di salute del consorte, Francesco Sforza, a Ludovico e lo esorta a raggiungerla in qualità di luogotenente generale del ducato lombardo. I principi si presentano seduti su un faldistorio, il cui valore è quello di un trono, espressione figurata del potere marchiale.

Sotto la sedia del signore di Mantova, compare l’adorato bracco Rubino, immagine della fedeltà che impronta i rapporti politici e diplomatici del signore di Mantova.

L’abbigliamento della famiglia Gonzaga é conforme alla stagione invernale e gli abiti, impreziositi dalla foglia d’oro, sono foderati di pelliccia.

Tra i genitori della numerosa prole, spicca un albero di arance, metafora del matrimonio fecondo attraverso i frutti copiosi, di cui i candidi e profumati fiori sono preludio. Un melograno aperto, nell’encarpo soprastante Ludovico, palesa rossi e abbondanti semi che rimandano alla numerosa discendenza del secondo Marchese di Mantova, di cui Mantegna è testimone e straordinario cronista per immagini.

LA PARETE DELL’INCONTRO

Non è chiaro l’esatto episodio a cui si riferisce l’affresco di questa parete. Si pensa che, a causa della lettera inviata dalla duchessa di Milano per l’aggravarsi dello stato di salute del marito Francesco Sforza, (che abbiamo visto nell’affresco sulla parete della Corte), Ludovico II dovette mettersi in viaggio con urgenza verso Milano, rinunciando ai festeggiamenti del figlio Francesco divenuto neocardinale; festeggiamenti che avrebbero dovuto svolgersi proprio il giorno primo gennaio 1462.

Partito ligiamente per Milano, rinunciando ai festeggiamenti, Ludovico avrebbe così incontrato a Bozzolo il figlio Francesco, che percorreva la strada in senso opposto (scena dell’Incontro), tornando da Milano dove si era recato per ringraziare lo Sforza per il ruolo che aveva giocato nelle trattative per la sua nomina a cardinale.

Se avete l’occasione andate a visitare la Camera degli sposi con il Palazzo Ducale di Mantova. Nel 1586 Torquato Tasso scrisse: “Questa è una bellissima città, e degna c’un si mova mille miglia per vederla”.

Nicoletta Zappettini

IL PALAZZO DUCALE DI MANTOVA

Palazzo Ducale

Palazzo Ducale di Mantova, Reggia dei Gonzaga dal 1328 al 1707 fu luogo del potere e della Corte. Uno strabiliante labirinto variamente aggregatosi nei secoli, Palazzo Ducale si estende su di un’area di 35 mila metri quadrati, fra l’attuale piazza Sordello e i laghi.

Castello di San Giorgio

Questa vasta dimora comprende piazze, giardini, il castello di San Giorgio e la Basilica Palatina. È una città palazzo articolata in più nuclei.

Tutti col naso all’insù per ammirare la Camera degli Sposi

Per descrivere meglio questo enorme e dispersivo Palazzo, ho deciso di suddividerlo in sale, avverto anticipatamente che non troverai la famosa sala (camera) degli sposi, poiché per essa è doveroso dedicare un articolo a parte la prossima settimana. (Sempre qui!)

SALA DEL MORONE

“La cacciata dei Bonacolsi”

Dopo lo scalone delle Duchesse si arriva alla sala del Morone, autore della grande tela che è l’emblema del Palazzo: “La cacciata dei Bonacolsi”. La celebre battaglia combattuta il 16 agosto del 1328 in Piazza S. Pietro, l’odierna Piazza Sordello, durante la quale i signori Corradini, originari di Gonzaga, riuscirono a scalzare la famiglia Bonacolsi e a divenire i capitani del popolo.

Facciata della Cattedrale di Mantova oggi

Il quadro documenta l’originaria facciata della Cattedrale di Mantova realizzata dagli architetti Jacobello e Pierpaolo dalle Masegne nel 1396 per volontà di Francesco Gonzaga IV Capitano e poi demolita nel tardo XVIII secolo.

SALA PISANELLO

“Il torneo” Pisanello

La sala deriva il nome da Antonio di Pucci Pisano, detto proprio il Pisanello. Dal 1422, Pisanello sarà a contatto con la corte di Mantova, chiamato dal marchese Gian Francesco Gonzaga per realizzare un ciclo pittorico: “Il torneo”. Cavalieri con armature da parata, cavalli di razza Corsiera coinvolti in un acceso combattimento. Non solo l’opera pittorica è di grande impatto, ma anche le “sinopie” (dalla terra di Sinope), distese lungo le altre pareti della sala, esprimono la grande abilità disegnativa di Pisanello, straordinario artista del mondo tardo- gotico.

SALA DEGLI ARCERI

Il salone ospita la splendida e celebre pala del fiammingo Pietro Paolo Rubens, vero capolavoro del 1605: la pala della Santissima Trinità.

Soffitto della sala degli Arceri

Purtroppo , solo la tela centrale è rimasta in Italia, in quanto agli altri due dipinti che l’accompagnavano, “La trasfigurazione di Cristo” e “Il battesimo di Cristo”, vennero trafugati alla fine del Settecento dall’armata napoleonica.

GALLERIA DEGLI SPECCHI

La galleria degli specchi, deve il suo nome alla presenza degli specchi e alla ricca decorazione neoclassica realizzata tra il 1773 e il 1779 da Giocondo Albertolli.

Inizialmente si presentava come come un loggiato prospiciente il giardino Ducale, chiuso successivamente dal Duca Vincenzo I Gonzaga.

Successivamente, il Duca Ferdinando, commissionava ai pittori Francesco Gessi e Giangiacomo Sementi, allievi di Guido Reni, l’affrescatura della volta.

Il carro di Apollo; grazie ad un gioco prospettico, i cavalli seguono lo sguardo dello spettatore ovunque si sposti all’interno della sala.

Importante l’intervento seicentesco dell’architetto ducale Anton Maria Viani, autore del bellissimo fregio con putti e festoni bianchi su fondo aureo. L’illusionistico soffitto, raffigurante gli Dei Olimpici, offre allo spettatore divertenti effetti ottici.

SALA DELLO ZODIACO

La sala presenta una straordinaria volta a padiglione dipinta nel 1579 da Lorenzo Costa, il Giovane, per Guglielmo Gonzaga. La raffigurazione delle costellazioni dell’emisfero boreale fluttuano in un cielo blu notte punzonato di stelle che rimandano alla cultura tardomanieristica romana (sala del Mappamondo del Palazzo Farnese di Caprarola). Al centro ci sono le figure di Astrea, divinità pagana, e di Diana dea della caccia, della verginità, dei boschi e della luna.

GALLERIA DEI FIUMI

La meravigliosa loggia mostra una decorazione rococò, dovuta all’intervento settecentesco dell’architetto e scenografo Gaetano Crevola e del pittore Giorgio Anselmi, autore delle personificazioni dei fiumi del territorio mantovano.

Nel cinquecento la loggia era destinata ai banchetti e si affacciava sul Giardino Pensile costruito nel 1579-80 su disegno dell’architetto mantovano Pompeo Pedemonte.

“Le grotte”, stupefacenti decorazioni ove l’arte mima la natura, sono collocate alle due estremità della loggia e vengono definite da conchiglie, stucchi e creazioni rocciose, ove meravigliose creature marine sembrano essere protagoniste.

SALA DI MANTO

La sala di Manto è tra i più vasti e suggestivi ambienti del Palazzo Ducale. Viene dedicata da Guglielmo, terzo Duca di Mantova, alla celebrazione della mitica fondatrice della città, la profetessa Manto, figlia dell’indovino Tiresia, in fuga da Tebe: l’ipotesi viene accolta anche da Dante nel XX canto dell’inferno.

Il salone funge da fastoso ingresso all’appartamento, il grande castello, realizzato a partire dall’inizio degli anni 70 del cinquecento per opera del “Prefetto delle Fabbriche” Giovan Battista Bertani e del pittore Lorenzo Costa (il Giovane).

Soffitto sala di Manto

Qui vengono celebrate le origini mitiche della città e quelle storiche della dinastia, sollecitando nel visitatore sentimenti di ammirazione e di stupore.

SALE DEGLI ARAZZI

In tre sale dell’appartamento degli arazzi, nel palazzo possiamo trovare nove arazzi in lana e seta, su disegni di Raffaello Sanzio, raffiguranti storie tratte dagli Atti degli Apostoli.

Le storie tessute sono caratterizzate da una monumentalità fino ad ora mai vista.

Raffaello propone scene ambientate sia all’aperto come nelle piazze o in natura, ed anche in zone interne.

Gli arazzi di Palazzo Ducale portano sulle bordure lo stemma della famiglia Gonzaga.

Va ricordato che i Gonzaga erano una famiglia di collezionisti e la loro collezione di arazzi ne contava più di 300 pezzi. Oltre agli arazzi Mantovani e Vaticani, sui disegni di Raffaello, con le storie di Pietro e Paolo, ne troviamo una serie anche ad Urbino.

Quelli meglio conservati sono certamente quelli di Palazzo Ducale a Mantova, grazie all’intervento di restauro effettuato per volere dell’ Imperatore Francesco Giuseppe d’Austria nel 1866.

Quelle che ho descritto sono le sale più belle e visitabili di Palazzo Ducale, anche se questa splendida reggia conta più di cinquecento stanze, racchiude sette giardini e otto cortili.

Ti aspetto sempre qui la prossima settimana con la splendida Camera degli Sposi.

📸&✍🏻 Nicoletta Zappettini

IL MONASTERO BENEDETTINO DI SAN SALVATORE E SANTA GIULIA: LA CHIESA ROMANICA DI SANTA MARIA IN SOLARIO

Aula inferiore

L’edificio, costruito verso la metà del XII secolo, è a pianta quadrata ed è coronato all’esterno da un tiburio ottagonale con loggetta cieca formata da colonnine e capitelli altomedievali di riempimento.

Nella muratura a conci ben squadrati di pietra locale, sono inseriti blocchi di pietra di età romana, anche con iscrizioni.

Scalinata che collega i due piani

L’interno è diviso in due piani collegati da una splendida scala ricavata nella muratura del lato settentrionale.

Piano inferiore

L’ambiente al piano inferiore è coperto da quattro volte a crociera sostenute da un pilastro centrale costituito da un’ara romana con l’iscrizione: “Deo soli res pvbl (ica)” che tradotto è: “La comunità (dedica) al dio Sole”

Aula superiore con Croce di Desiderio al centro

Al piano superiore un’unica aula quadrata con tre absidiole è coperta da una cupola emisferica di uno splendente cielo di colore blu lapislazzulo e stelle in ottone dorato, mentre le pareti sono state affrescate dall’artista bresciano Floriano Ferramola e i suoi allievi nel 1513. La cupola emisferica è raccordata alle pareti tramite pennacchi.

Cupola aula superiore

L’edificio, che aveva precise funzioni nella vita liturgica del monastero, era utilizzato anche per la custodia di un gruppo di reliquie e di suppellettili sacre.

Le reliquie, con i manufatti di pregio che le racchiudevano, consacrati nella loro stessa funzione, costituivano il “tesoro spirituale” del monastero, e ne accrescevano il prestigio.

Lipsanoteca

Il tesoro era custodito nell’aula superiore di Santa Maria in Solario, forse dall’epoca stessa della su costruzione; dall’aula le reliquie venivano trasferite in San Salvatore in occasione delle festività solenni, con suggestive processioni illuminate da ceri.

La Lipsanoteca, chiamata “sepolcrum eboris” (sepolcro d’avorio) perché era considerata simbolo del sepolcro di Cristo e forse conteneva un frammento di pietra ritenuto proveniente dal sacro sepolcro.

Croce di Desiderio (vista posteriormente)

Al piano superiore invece, oltre alla meravigliosa cupola blu lapislazzulo e gli affreschi della bottega del Ferramola, è conservata la Croce di Desiderio.

La tradizione vuole che la croce, d’uso probabilmente processionale, sia stata donata al monastero dallo stesso re Desiderio.

Croce di Desiderio (vista anteriormente)

È formata da una struttura in legno, rivestita da lamine metalliche ribattute sui fianchi e fissate con chiodi.

Particolari delle pietre della Croce si Desiderio

Sulle lamine sono incastonati 212 elementi decorativi: pietre dure, cammei, pietre incise e gemme vitree. Delle gemme che coprono con uno schema decorativo le facce della croce, molte sono di epoca romana, altre di età tardolongobarda e carolingia, altre ancora integrate in tempi successivi.

All’incrocio dei bracci si trova su ogni faccia un grande tondo: quello sul recto fa da sfondo alla figura di Cristo in trono, databile al X secolo; l’altro tondo (quello che vedi anteriormente) è un crocefisso, aggiunto al manufatto nel XVI secolo.

Ho trovato davvero importante per poter ammirare tutte le opere dell’aula superiore, l’illuminazione chiamata “mesopica”; un tipo di illuminazione che esalta in alternanza la Croce di Desiderio e gli splendidi affreschi circostanti.

📸&✍🏻 Nicoletta Zappettini

BORGHETTO SUL MINCIO

Borgetto sul Mincio è una frazione di Valeggio sul Mincio. È un borgo medievale sito tra il lago di Garda e la città di Verona, recentemente inserito tra i Borghi più belli d’Italia.

Il borgo è edificato armoniosamente sul fiume Mincio, dove la storia è passata conservandolo nel tempo. Visitare Borghetto sul Mincio equivale a fare un tuffo nel medioevo, un passato che si può respirare in ogni angolo del villaggio. La passeggiata a Borghetto sul Mincio inizia dalla porta merlata, che da accesso al centro del borgo.

Trovo bellissimo perdermi tra le piccole viuzze acciottolate, lasciarmi trasportare dal rumore dell’acqua del fiume, respirare la storia di ogni edificio

Le tipiche casette arroccate sull’acqua, i negozietti degli artigiani ospitati in antichi locali, i vecchi mulini ad acqua ancora funzionanti, i ristoranti tipici ed uno splendido paesaggio, sono solo una piccola parte di ciò che Borghetto ha da offrire ai suoi visitatori.

A Borghetto si trova anche la Chiesa di San Marco Evangelista, in stile neoclassico e risalente al XVIII secolo. È davvero interessante che questa chiesa fu costruita sui resti di una Pieve romanica del XI secolo, dedicata a Santa Maria, ed antica sede dei Templari; oggi ne resta solo l’abside.

Sul fiume sono visibili le cascatelle e il maestoso Ponte Visconteo. Questa grandiosa diga fortificata, fu costruita nel 1393 per volere di Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano; come impenetrabile difesa dei confini orientali del ducato.

La costruzione è formata dalla lunga diga e da una grande rocca centrale, sede della guarnigione di sorveglianza.

Il ponte è lungo 650 metri, ha una larghezza di 25 metri e si collega al sovrastante Castello Scaligero tramite due alte cortine merlate e fa parte di un complesso fortificato chiamato Serraglio.

Il Serraglio a suo tempo, era una fortificazione lunga circa 17 chilometri e fu edificata dagli Scaligeri tra il XIII e il XIV secolo per proteggere il territorio veronese dagli attacchi di Mantova e Milano.

L’opera comprendeva: il borgo fortificato di Borghetto e i tre castelli Scaligeri di Valeggio sul Mincio, Villafranca di Verona e Gherla.

Dal ponte Visconteo è possibile percorrere una parte fino al Castello Scaligero, situato in cima ad una collina e visitabile ancora oggi.

📸&✍🏻 Nicoletta Zappettini

LA TRADIZIONE ARTISTICA DEI MADONNARI NEL “MUSEO URBANO” DEL BORGO DELLE GRAZIE

Interno del Santuario Grazie

Ho un forte debole per il Santuario delle Grazie, trovo sia una delle più caratteristiche chiese del nord- est Italia

Vista dal parco del Mincio del Santuario Grazie

Il Borgo di Grazie di Curtatone, inserito nel 2011 fra quelli più belli d’Italia, è databile attorno al XI secolo

Il Borgo Grazie

Il Santuario delle Grazie è la medievale chiesa di Santa Maria di Reverso, dove sorgeva un luogo di culto assai prima della fondazione del santuario, già documentata dal 1037 e chiamata Santa Maria delle Grazie dal 1362

Solamente in anni recenti, il ritrovamento di documenti del 1400 e gli studi di alcuni storici medievalisti, hanno portato ad identificare l’ubicazione del Santuario delle Grazie in corrispondenza dell’antica Chiesa di Santa Maria di Reverso

Entrata principale del Santuario Grazie

Fin dai tempi antichi il borgo è stato meta dei pellegrini di Mantova e degli stati confinanti, per ringraziare la miracolosa immagine di Madonna col Bambino cui venne poi dato il nome di “Madonna delle Grazie”

Madonna delle Grazie

Il Santuario della Beata Vergine delle Grazie, edificato dal 1399 dopo la fine della peste e consacrato nel 1406, le tipiche case dei barcaioli e lo sfondo delle valli del Mincio, rendono il Borgo delle Grazie unico per suggestione, impatto paesaggistico e peculiarità architettoniche

Casette tipiche del borgo

In questo magnifico borgo, in occasione della festa dell’Assunta, si celebra, dall’inizio del XV secolo la fiera delle Grazie, coeva all’edificazione del Santuario. Alla festa religiosa i Gonzaga diedero infatti un impulso anche commerciale, seppur secondario rispetto alla celebrazione del culto mariano.

Dal 1973 l’evento si è arricchito con il concorso tra i madonnari, che a ferragosto di ogni anno si sfidano coi gessetti, dipingendo le loro coloratissime opere effimere sulla pavimentazione di Piazza Santuario

L’incontro- concorso, il primo a livello internazionale, è nel tempo diventato tradizione locale e nazionale ed è imitato anche all’estero, dove è denominato “Italian Street Painting Festival”

Il “Museo Urbano” è un percorso che vuole essere un tributo alle opere dei madonnari, riconoscendo nel contempo vocazione artistica ad un borgo già famoso per il Santuario e per il contesto paesaggistico

Infatti, se è vero che parte della magia dei dipinti dei madonnari deriva dal loro essere effimeri, ciò ne costituisce anche un limite, potendosene conservare traccia solo nelle pubblicazioni a stampa o in riproduzioni dalle dimensioni lontane dagli originali e, soprattutto, che non ne rendono la suggestione come negli spazi aperti per i quali gli stessi nascono

Su fabbricati pubblici e privati sono state quindi affisse riproduzioni di opere scelte, secondo precisi percorsi tematici, da una commissione

L’amore del borgo per i madonnari è testimoniato anche dall’entusiasmo con cui i graziolesi si sono offerti di accogliere le immagini sulle pareti esterne delle loro case

È un museo “vivo”, nel quale le opere esposte potranno essere periodicamente variate ed integrate al fine di rendere onore a tutti i capolavori dei maestri o semplici madonnari, che con diversa perizia artistica, ma con medesima passione e sentimento, hanno negli anni onorato il Borgo Grazie.

Nicoletta Zappettini

LA CITTÀ DEL LEONE: BRESCIA NELL’ETÀ DEI COMUNI E DELLE SIGNORIE

“Madonna dell’umiltà” di Gentile da Fabriano (Fabriano, 1370 c. -Roma, 1427)

Un nuovo progetto espositivo incentrato sulla storia delle istituzioni civiche bresciane, degli uomini che ne diressero l’azione, delle forme di governo e degli strumenti di comunicazione in un viaggio compreso tra la seconda metà del XII secolo, epoca nella quale compaiono le prime tracce delle istituzioni civiche comunali, e il 1426, anno della dedizione si Brescia alla Repubblica di Venezia.

A Brescia, come in altri centri urbani dell’Italia centro- settentrionale, i secoli dal XII al XV sono un periodo di vivace sperimentazione politica.

I governi comunali prima e i regni signorili poi, contribuiscono a forgiare il volto della città attraverso la committenza di opere destinate soprattutto agli spazi pubblici e spesso cariche di messaggi politici.

Comune e Signoria partecipano inoltre alla creazione e affermazione di simboli e rituali che esprimono, allora come oggi, l’identità locale.

Hanno origine in questo tempo lontano lo stemma comunale con il leone, così come i culti civici di Faustino e Giovita e delle reliquie delle Sante Croci, che ancora oggi scandiscono il calendario delle feste cittadine.

È finora mancata un’opera di sintesi dedicata a questo periodo, che mettesse a frutto le novità emerse nel corso delle più recenti indagini per ricostruire, alla luce degli orientamenti storiografici più aggiornati, non soltanto le vicende di Brescia e del suo territorio, ma anche i diversi aspetti di quello spazio fisico, sociale, culturale e cittadino che, durante questo periodo si trasforma profondamente per assumere alcuni tratti che, in certa misura, lo contraddistinguono ancora oggi

Attraverso una variegata selezione di documenti e opere organizzati attorno a nuclei tematici e cronologici, corrispondenti alle diversi fasi di trasformazione delle istituzioni cittadine.

La mostra propone quindi, un percorso attraverso tre secoli di storia -soffermandosi sui grandi eventi e cantieri che hanno segnato la città, e sui suoi protagonisti, dagli uomini del Comune ai Visconti e al Malatesta- e si lega strettamente a quello del Museo di Santa Giulia, creando un fitto dialogo con la selezione dell’età dei Comuni e delle Signorie, della quale l’esposizione costituisce una straordinaria e temporanea espansione.

L’auspicio è quello che dalla mostra la curiosità dei visitatori si allarghi al tessuto urbano, in una più profonda comprensione e conoscenza di quella parte di storia che il patrimonio monumentale di Brescia ancora racconta.

Nicoletta Zappettini

EMILIO ISGRÒ: “Isgrò Cancella Brixia”

Emilio Isgrò nasce a Barcellona nel 1937, vive e lavora a Milano. Artista, romanziere, poeta, drammaturgo e giornalista, Isgrò è il padre indiscusso della cancellatura, un atto che ha iniziato a sperimentare nei primi anni Sessanta e che ancora oggi mantiene la stessa vivacità e audacia creativa

Questa ricerca originale sul linguaggio, lo ha reso una figura pressoché unica nel panorama dell’arte contemporanea internazionale, facendone uno degli indiscussi protagonisti

Questa mostra, promossa da Fondazione Brescia Musei e Comune di Brescia è un’ulteriore testimonianza della sua inesauribile vitalità

Diffusa nei più importanti spazi di Brescia romana, l’antica Brixia, tra il parco archeologico e il Museo di Santa Giulia, l’esposizione presenta opere appositamente realizzate per i suggestivi spazi del Capitolium, del Chiostro Rinascimentale, delle sale del Museo, oltre al dramma teatrale “Didone Adonais Domine” nel teatro romano e all’Incancellabile Vittoria presso la fermata “Stazione FS” della metropolitana

Dalla relazione con questi luoghi, nasce un percorso tra archeologia e arte contemporanea, tra storia e presente. Il visitatore può così vivere l’antico alla luce del nostro tempo e non soltanto come retaggio di un passato ideale

Per Isgrò è naturale attraversare tempo e spazio: è figlio di questo presente, ma anche sincero erede di un sapore antico come quello della grande cultura mediterranea che da sempre respira in tutta la sua arte

La cancellatura è la lingua inconfondibile della sua ricerca artistica, nasconde sotto morbide tracce parole e immagini. Nel tempo questo gesto semplice ha saputo declinarsi in installazioni o opere dal sapore concettuale, tutte le ampie variazioni di un originale linguaggio pittorico

Con lui la cancellatura diventa un modo per opporsi al senso comune, non appare più un’azione distruttiva ma, al contrario, è intrisa di una spinta favorevole alla vita

Quello che viene cancellato non subisce un oltraggio, né viene annullato, anzi, attraverso la cancellatura recupera una nuova vitale linfa

“Isgrò cancella Brixia”, a cura di Marco Bazzini, è un modo per far vivere la città romana e la sua memoria sotto forme inedite, inaspettate e contemporanee; un modo per fare un’esperienza complessa di conoscenza, grazie anche all’empatia che è componente essenziale dell’arte di Isgrò.

Mostra visitabile fino all’8 gennaio 2023 a Brescia

•Nicoletta Zappettini

BADIUCAO “La Cina non è vicina”

“Carrie Lam”

Come promesso nell’articolo della scorsa settimana, eccomi oggi a scrivere del “Banksy cinese” Badiucao

“Ai”

La sua prima mostra italiana, ed europea, ha fatto tappa a Brescia al Museo Santa Giulia, tra dicembre 2022 e gennaio 2023. Il giorno dell’apertura della mostra l’entrata del museo era presidiata dalla polizia. Erano presenti le forze dell’ordine, poiché pochi giorni prima dell’inaugurazione, l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, ha inviato una lettera al comune di Brescia, dove veniva richiesta la cancellazione della mostra dell’artista cinese. Il tentativo di censura è stato respinto dalla città di Brescia, che ha aperto le porte all’artista.

“Tiger Chair”

Da alcuni anni Badiucao, artista dissidente, vive e lavora in Australia. La mostra ripercorreva sia la sua pratica artistica, che la storia del suo paese, affrontata con lo sguardo di chi ha preso consapevolezza e coraggio per raccontare le contraddizioni ed i pericoli del governo cinese.

“Myanmar Strikes Back”

Badiucao ha studiato legge all’università, non ha quindi una formazione artistica. Proprio durante gli anni dell’università è venuto a contatto per la prima volta con i filmati della protesta di Piazza Tienanmen, di cui Badiucao non aveva mai sentito parlare.

“Tank Man, 4giugno 2018”

Questo avvenimento ferisce l’animo di Badiucao e da quel momento inizia la sua carriera artistica

“Dreams”

Una delle più significative opere che si incontravano all’inizio della mostra era “Dreams”, un letto il cui materasso era composto da 4000 matite ben appuntite, Made in China, ad indicare la posizione scomoda di un artista dissidente come lui. Badiucao a questo punto ha detto: “Temo che se scelgo di rimanere in silenzio e vivere una vita comoda, me ne pentirò per il resto della mia vita.”

“Covid Xi Photo- Father”

Sono presenti “fotografie di famiglia” che ritraggono il presidente cinese mentre allatta un virus, il Covid-19, come un figlio: Badiucao sottolinea di non avere una posizione complottista riguardo la pandemia, ma riconosce una responsabilità al governo cinese, legata alla censura.

“Watch”

Un’altra opera che mi ha molto colpita è “Watch”, un’installazione composta da 64 orologi disegnati su carta con il sangue di Badiucao. Tra i disegni compare un solo reale orologio, che è uno degli originali consegnati dal governo cinese, come ringraziamento, ai soldati che fermarono la protesta di Piazza Tienanmen.

“Winnie the Trophies”

Le opere più celebri dell’artista, sono certamente le stampe che vedono affiancare il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xijinping alla figura di Winnie the Pooh, personaggio del noto cartone animato, censurato in Cina, dopo che la sua immagine era stata affiancata a quella del presidente in numerosi meme online.

“Nike”

Badiucao mostra solidarietà denunciando, con installazioni artistiche, il genocidio culturale degli Uiguri e la situazione di sfruttamento a cui è sottoposta l’etnia Uigura che abita lo Xinjiang, regione del territorio cinese autonoma dal 1955. Qui molte delle più grandi multinazionali, appaltano a produttori terzisti, che sfruttano il lavoro della minoranza Uigura. Badiucao mette a fuoco il problema attraverso delle stampe che mostrano il problematico rapporto tra famosi marchi, (Coca-Cola, Muji, Nike, ecc), e il territorio dello Xinjiang.

“Forgotten”

Badiucao è un’artista post- traumatico; guarda alle ferite del suo paese portandole sul suo stesso corpo, ripercorrendo la storia della Cina in un processo di ricostruzione di una memoria collettiva che troppo spesso, nel tempo, è stata corretta e censurata.

“This Is Why They Buy Our Baby Formula” Questa è l’opera che più mi ha sconvolta personalmente, latte in polvere contaminato da sostanze chimiche, che ha ucciso tantissimi neonati cinesi.

Se Badiucao ti ha incuriosito, sostienilo sui Social dove è sempre molto attivo, in attesa di una prossima mostra in Italia.

📸&✍🏻 •Nicoletta Zappettini

VICTORIA LOMASKO “The Last Soviet Artist”

The Last Soviet Artist

“The Last Soviet Artist” il titolo della mostra presentata nell’ambito del Festival della Pace di Brescia, che rappresenta il terzo atto della ricerca intrapresa da Elettra Stamboulis. Nel 2019 con la mostra di Zhera Dogan “Avremo anche giorni migliori” opere dalle carceri turche e proseguita con quella di Badiucao nel 2021 “La Cina non è vicina” opere di un artista dissidente, della quale approfondirò la vita e le opere nel prossimo articolo.

Isolamento

Victoria Lomasko è nata a Serpukhov, a 99km a sud di Mosca, nel 1978.

Fuga

Il padre, operaio metalmeccanico di questa cittadina interamente dedita alla produzione industriale, agiva come artista provocatore in segreto.

Esilio

Il progetto espositivo intende presentare una vasta personale dell’artista russa, con in percorso ideato specificatamente per gli spazi di Brescia, dove Victoria Lomasko ha trascorso un periodo di residenza per la realizzazione di opere site- specific, dedicate a quanto sta vivendo e osservando negli ultimi mesi.

Vergogna

La ricerca artistica di Victoria Lomasko, permette di ricostruire in modo minuzioso la storia sociale e politica della Russia dal 2011 ad oggi

Umanità

Dalle manifestazioni anti Putin che l’artista ha disegnato dal vivo con in tratto originale e immediatamente riconoscibile, alle rappresentazioni della “Profonda Russia“, quella dei dimenticati e marginali, che da sempre costituiscono i suoi soggetti preferiti.

Da venerdì 11 novembre 2022 a domenica 8 gennaio 2023 presso Museo Santa Giulia a Brescia

📸• Nicoletta Zappettini